martedì 30 agosto 2011

Rivoluzionare l'ex Campo volo


Stimolato da vari interventi e discussioni, mi sono chiesto quale possibile uso potrebbe avere quell'immensa area, che comprende il campo volo, compresa fra via dell'Aeronautica – Partigiano a ovest, ferrovia storica a sud, Rodano a est e canale di San Maurizio a nord; un'area di più di 195 ettari.
Tale area, dismessa dall'uso attuale, potrebbe, con alcuni passaggi, arrivare nelle disponibilità patrimoniali del Comune di Reggio Emilia.

Premetto che il mantenimento di una struttura aeroportuale, a qualsiasi livello e per qualsiasi uso, anche solo di aeroclub, a Reggio Emilia, non ha, per me, alcun senso se non l'alimentazione di qualche lamentazione campanilistica di basso profilo.
La dotazione, nelle immediate vicinanze (Parma, Modena, Bologna), è più che esaustiva di qualsiasi esigenza in merito.
Premetto anche che qualsiasi utilizzo dovrebbe prevedere:
  • la soddisfazione di reali esigenze della città;
  • un progetto sperimentale dall'alto profilo ecologico;
  • il totale rispetto per l'ambiente attuale e futuro;
  • la creazione di posti di lavoro per personale a medio-alta specializzazione;
  • la creazione di un legame di interdipendenza fra quest'area e la città;
  • essere un esempio di corretto risanamento di un'area compromessa da usi non agricoli.
Aggiungo anche che, come ho già scritto altre volte, in questo particolare momento, solamente amplificato dalla crisi economica nel senso che finalmente anche i più “ciechi” hanno cominciato a vedere la realtà della situazione, ci si deve imporre un cambio totale di punto di vista.
Dobbiamo, per amore o per forza, cambiare stili di vita (per quanto riguarda i normali cittadini) e approccio all'urbanistica e alla trasformazione del territorio (per quanto riguarda la pubblica amministrazione).
Dobbiamo cominciare a immaginare una città che per “svilupparsi”, cioè continuare a consentire ai propri cittadini di conviverci al meglio, sappia “decrescere”, cioè sappia liberarsi dall'ipertrofia fondata su una pseudoeconomia che l'ha portata verso la distruzione.
Dobbiamo anche pensare a disintossicarci dall'uso del petrolio, che sta finendo e nel mondo stanno aumentando le guerre per accaparrarsi gli ultimi sgoccioli (e se qualcuno pensa solo alla benzina per l'auto che provi a guardarsi intorno e provi a pensare a quello che mangia, a quello che beve, a ciò che indossa, a ciò che usa abitualmente, ecc... si troverà circondato da derivati del petrolio).
Bisogna anche cominciare a pensare, noi “padani”, a disinquinare la nostra ex bella pianura, che è una delle aree più inquinate del pianeta.

Tutte queste premesse, che ritengo basilari per una visione del futuro, costruiscono una maglia molto molto stretta, da cui passano poche possibilità di utilizzo della nostra area.
Qualsiasi proposta si vorrà mettere su un tavolo di discussione avrà forti ripercussioni sul tessuto sociale ed economico della città; io la vedo come una possibilità che ci viene offerta per un cambio di passo, oserei dire quasi “una rivoluzione” nell'idea che ognuno di noi ha della propria città.
Credo anche che nessuno abbia la verità in tasca, ma che ci sia bisogno di un ampio confronto, anzi di un'ampia partecipazione, per decidere e non subire.

Provo a sintetizzare la mia personale visione.
Lungo i circa 70 ettari, a ridosso di ferrovia e Rodano, l'amministrazione comunale si era impegnata a creare un bosco urbano (si dice che mancano i soldi, a mio avviso manca la volontà di farlo); si potrebbe cominciare a costituirlo già da oggi e lo chiamerei semplicemente “bosco” e togliergli la pura connotazione ludica riportandolo alla sua naturale vocazione di produzione di ossigeno, aria fresca e ombra, biomassa.
I restanti 125 ettari circa (fabbricati recuperabili compresi) sarebbero un'ottima estensione per una grande azienda agricola, gestita in forma cooperativa, con produzioni varie, da quella ortofrutticola a quella zootecnica.
La vendita diretta dei prodotti servirebbe egregiamente la città, in molti potrebbero raggiungerla addirittura a piedi.
Fin qui nulla di strano.
La gestione, rimanendo la proprietà pubblica, dovrebbe essere affidata attraverso concorso pubblico in cui si garantiscono criteri di assoluta innovazione ecologica, da verificare periodicamente pena la risoluzione del contratto.
Questi criteri potrebbero essere:
  • una cooperativa costituita appositamente da persone giovani, laureate e/o diplomate nel settore, senza coperture economiche derivanti da strutture esistenti che potrebbero condizionare e compromettere l'innovazione;
  • l'applicazione di filosofie tipo la permacultura e altre che garantiscano la dimensione totalmente oil-free dell'azienda, vale a dire un'azienda che non usa petrolio né per far funzionare le macchine, né nei fertilizzanti, né nei trattamenti;
  • che ricava l'energia di cui ha bisogno dalla trasformazione delle biomasse che produce (bosco compreso);
  • che sia aperta alla cittadinanza sia con iniziative propedeutiche rivolte alle scuole e non solo, sia con una attività agrituristica;
  • che metta a disposizione alcune aree per la creazione di orti a disposizione dei cittadini che non hanno possibilità di farselo.

Insomma che si garantisca la creazione di un Centro Produttivo e Commerciale Naturale che non sfrutta i clienti della città, ma, come è nella natura, ne è al servizio fornendo dei beni e dei servizi.
Questa è la mia personale visione; quindi niente arena spettacoli, feste di partito o circo e giostre, ma qualcosa di utile e sano per tutti.
Mi piacerebbe che si aprisse un vero dibattito.
(Astenersi economisti tradizionali)

mercoledì 8 giugno 2011

Gli sprechi dell'Area Nord

In uno degli ultimi post, dove parlavo delle mie personali indicazioni per un corretto e sostenibile approccio alla progettazione dell'Area Nord di Reggio Emilia, mi si chiedeva se, e in che modo, tali indicazioni non fossero in conflitto con un reale sviluppo dell'area.

"Ciao Norberto, mi chiedo però una cosa: questi "suggerimenti di indirizzo" sono in qualche modo (del tutto, in parte, per niente) compatibili con l'operazione "area nord"? Quando scrivi che il consumo di territorio agricolo non è più tollerabile (e condivido appieno), non significa già automaticamente affossare l'intero progetto? 
E' fattibile secondo te un'area nord ad IMPATTO ZERO? Non significa non costruire o urbanizzare. Significa che, ad esempio, se la nuova stazione assorbirà tot MW di elettricità giornaliera in più, la si potrà realizzare solo se nel territorio cittadino si realizzeranno risparmi di uguale consumo (sostituendo lampioni, installando fotovoltaico, etc) all'interno dello stesso piano. Significa che per ogni mq di superficie agricola consumata, si fa in modo di riportare ad uso agricolo un'area dismessa da un'altra parte. Premetto: lo ritengo impossibile. Per questo ritengo che questo piano sarà l'ennesima grande urbanizzazione "mascherata" da "sviluppo". Lieto di essere smentito.
Luca"

Per rispondere in maniera precisa devo fare una premessa.
Il gruppo di lavoro organizzato dal Comune ha approfondito alcuni temi legati, in particolare, alle aree a fruizione e funzione pubblica, agli spazi di uso pubblico, al funzionamento della stazione mediopadana all'interno del contesto “città di Reggio Emilia”, ma anche all'interno di quel bacino “metropolitano” costituito
dalle città di Parma, Mantova, Reggio e Modena. Un bacino di quasi 2 milioni di cittadini e un'area fra le più produttive d'Europa.
Il PSC ed il RUE hanno anticipato, nelle scelte urbanistiche di destinazione d'uso delle aree private, il lavoro del gruppo di progettazione dell'Area Nord.
A mio avviso questo costituisce un primo grande problema che si può definire come un conflitto di interessi, generato con l'aiuto della legge urbanistica regionale, decisamente non più adeguata alle reali esigenze di una struttura urbana satura, quali sono le città emiliane.

Il gruppo di progetto ha prodotto una serie di indicazioni importanti che mettono in rete la stazione mediopadana sia con l'area urbana di Reggio che con l'area metropolitana estesa.
Questa è l'ottica, a mio avviso, migliore; la prospettiva di lungo respiro in cui la stazione dell'alta velocità potrà produrre i suoi migliori effetti benefici sull'area metropolitana e sono convinto che ne avrà.
Non si tratta di compensare i consumi energetici della stazione e del tracciato alta velocità con risparmi energetici della città, la città dovrà ridurre, per amore dell'ambiente o per forza, i suoi consumi energetici a prescindere dalla stazione; il trasporto su ferro lo farà nel momento in cui saprà rendersi conveniente rispetto al trasporto su gomma, ma questo succederà solo se tutte le politiche della mobilità sapranno muoversi in questa direzione.
Il vero conflitto con una città a impatto zero, o come dicono i politici raccontando frottole: “a sviluppo sostenibile”, è in alcuni elementi già decisi dalla pianificazione urbanistica “sostenibile”, sia urbana che provinciale, e di cui si parla in questi giorni.

Il nuovo mega centro commerciale, per cui le cooperative reggiane, pare, abbiano già a disposizione quindici milioni di euro (notizia dei giornali locali).
Lo chiameranno con nomi fantasiosi, sarà un'opera di “architettura” degna dei “ponti”, diranno che sarà un'esposizione delle eccellenze gastronomiche reggiane, una vetrina che spargerà reggianità ai quattro punti cardinali come il parmigianoreggiano sui tortelli.
In realtà sarà l'ennesimo giocattolo stile Disneyland per attirare bambini adulti, che si muoveranno sempre con le loro belle macchinine, inquinando l'aria, intasando strade e chiedendone di nuove; occuperà un'ampia parte di suolo agricolo, in particolare l'area fra l'autostrada, la fiera e la stazione. Soprattutto sarà un immenso albero di natale illuminato e condizionato per 24 ore al giorno e 365 giorni l'anno! Consumando una quantità di energia elettrica immensa (forse quanto un quarto di città), senza produrre nessun beneficio reale per la città, anzi impoverendone ancora di più il già fragile tessuto commerciale del centro storico.
Questo per me è il vero spreco che l'ignoranza della pseudoeconomia consumistica ci sbatte sulla faccia e sulle spalle delle future generazioni. Ignoranza totale delle conseguenze dei loro gesti.

In un'ottica di metropoli di area vasta bisognerebbe anche abbandonare i campanilismi tardo medioevali e cominciare a ragionare di ottimizzazione delle strutture e dei servizi.
Se l'area reggiana ha la stazione dell'alta velocità è inutile che abbia un aeroporto; è più che sufficiente quello di Parma. E l'area attualmente occupata può essere meglio utilizzata come descritto in maniera egregia nell'editoriale del Direttore, cioè un grande parco urbano.
Inoltre è anche profondamente sbagliato pensare di potenziare un esangue (ed inesistente a livello nazionale) polo fieristico, quando c'è Bologna e Modena da una parte e Parma dall'altra.
Ottimizzare e risparmiare, non edificare più nulla su un suolo agricolo e puntare sulla ristrutturazione, in particolare del centro storico.
Non costruire più nuove strade e rifondare un sistema di trasporto pubblico, quello attuale è un disastro.
Puntare sull'efficienza energetica degli edifici e sulla loro eventuale sopraelevazione, per fare fronte alle nuove esigenze abitative.
Mi ripeto, ma queste sono le basi per l'evoluzione (smettiamo di usare quell'ossimoro di “sviluppo sostenibile”, buono solo per propaganda politica e per chi ancora vuole crederci) della nostra città e dell'area metropolitana dell'Emilia centrale.

giovedì 10 marzo 2011

Gruppo di progetto Area Nord: Prime considerazioni



Le condizioni ambientali ed economiche della nostra Provincia, e non solo, impongono di affrontare il problema da un punto di vista estremamente rispettoso ed attento agli impatti ed alle conseguenze derivanti sul tessuto sociale ed ambientale esistente.
Dobbiamo avere sempre a mente alcune considerazioni di base, per poter affrontare qualsiasi progetto di trasformazione territoriale in un'ottica di reale sostenibilità dello stesso:
  1. La crisi strutturale del nostro attuale sistema economico, basato sulla produzione infinita di beni e su un consumismo spinto all'eccesso;
  2. L'eccessivo e non più tollerabile consumo di territorio agricolo che toglie risorse alimentari vitali per tutti;
  3. Il riscaldamento globale, il controllo e la riduzione delle emissioni di gas climalteranti;
  4. Il picco del petrolio ed una progressiva transizione verso la liberazione dalla dipendenza dai combustibili fossili.
A causa di questi importanti aspetti, o per fortuna, nulla potrà più essere come prima; continuare a pensare e progettare la città, ma anche il singolo edificio, come avveniva anche solo pochi mesi fa, rivela sempre più la sua sciagurataggine.
Si rende necessario una progettazione legata al risparmio: di risorse economiche, di territorio, di energia; sia nella fase di costruzione, come nella fase di gestione e, non ultimo, nella fase di dismissione di quanto costruito.
Bisogna adottare un atteggiamento consapevole della impermanenza delle cose e delle opere, e del non far gravare sulle spalle delle future generazioni i nostri errori di valutazione.
Abbiamo, in questi giorni, la prova della nostra fragilità energetica.
Le forti turbolenze sociali dell'area nordafricana hanno portato immediatamente ad un innalzamento della nostra bolletta energetica, formata da oltre il 90% di dipendenza dalla fornitura da parte di realtà estere.
Il 40% del consumo energetico nazionale è da addebitare al settore edilizio, per la costruzione e per la gestione, un altro 15% circa è addebitabile al trasporto di cose e persone. Quindi più del 50% della bolletta energetica viene determinata dalle scelte urbanistiche. Non è più procrastinabile un'attenta valutazione di questo aspetto ed un conseguente agire.

Progettare al risparmio significa innanzitutto pensare a ciò che è indispensabile al buon funzionamento della città e del suo territorio, nel qui ed ora, senza inutili e dannosi balzi avanti.
Significa pensare alle reali e non più rimandabili esigenze della comunità.
Significa pensare all'equilibrio fra le varie parti della città e del territorio, alla mutua rispondenza fra le funzioni, diverse ma complementari, che vi si svolgono.

La nuova linea ferroviaria ad alta velocità offre molti vantaggi e, nella prospettiva futura, sarà senz'altro una infrastruttura fondamentale per la mobilità nazionale ed europea, nonostante la scarsa adattabilità alle condizioni insediative della pianura padana ed in generale dell'Italia.
Nell'affrontare l'argomento dobbiamo però porci alcune domande propedeutiche all'inquadramento della questione all'interno di confini urbani e territoriali consoni:
  1. Quale impatto avrà la nuova stazione rispetto al molto fragile equilibrio di una città basata sulla centralità del suo nucleo storico?
  2. Quali attività possono essere messe in campo (all'interno della stazione o nelle sue immediate vicinanze) affinché vi sia un vero servizio e non uno stravolgimento della città con la creazione di nuove polarità?
  3. Quali spazi, e quale organizzazione degli stessi, possono, e devono, essere progettati per evitare l'ennesimo “non luogo”, per contestualizzare questa importante opera all'interno del “genius loci” reggiano?
  4. Quali compensazioni ambientali dovranno essere messe in atto per riequilibrare il forte impatto energetico ed ambientale della nuova infrastruttura?
  5. Praticamente tutto il quadrante a sud del tracciato autostrada-alta velocità è stato saturato con piani particolareggiati, di iniziativa privata, non ancora attivati (da via Gramsci a via Trattati di Roma); vi è stato un coordinamento con gli uffici tecnici comunali per indirizzarli verso scelte di destinazioni d'uso allineate con le future esigenze di quest'area?
Dobbiamo ulteriormente interrogarci su quale società vogliamo e quale città, questa società, è in grado di sviluppare.
Negli ultimi due decenni Reggio Emilia ha avuto un incremento demografico senza pari in Italia; questo ha generato molti conflitti, creato difficoltà di gestione e di sicurezza nella fruizione degli spazi pubblici, portato ad una degenerazione dell'immagine urbana, della sua riconoscibilità e dello spirito di appartenenza dei cittadini.
L'eccessiva bulimia edilizia, per altro ancora attiva, ha generato un tessuto sociale spesso marginalizzato, sia nella partecipazione attiva alla città che nella fruizione dei servizi sociali messi a disposizione.
Il forte richiamo demografico, dato dalla disponibilità di lavoro a bassa formazione e preparazione culturale, ha impoverito il tessuto sociale reggiano (una media bassissima di laureati), fatto, per lo più, di una bassa capacità di elaborazione culturale e di una discreta capacità di spesa.
Il fiorire di centri commerciali contro la chiusura di librerie e cinema (nel centro storico), il mancato sviluppo di iniziative culturali private, dimostra le carenze di cui si parla; la forte spinta consumistica ha fortemente limitato la formazione di cittadini incrementando la formazione di consumatori.
La responsabilità, che sappiamo non essere solo del governo locale, sta anche nelle scelte urbanistiche.
La città deve decrescere dal punto di vista quantitativo (come demografia, come edificato nuovo, come iniziative commerciali general-generaliste della grande distribuzione, come iniziative imprenditoriali a basso e bassissimo contenuto tecnico, culturale ed innovativo) e crescere dal punto di vista qualitativo (del livello formativo, della qualità degli interventi edilizi, delle relazioni fra le persone e fra queste e la città, istituzioni comprese).
Il mito del mercato che induce a “produrre di tutto e di più, tanto poi si vende” ha terminato la sua triste storia, annegando nella miseria squalificata di prodotti sempre meno necessari e sempre più inquinanti, nella (giusta) concorrenza spietata dei cosiddetti paesi emergenti, nella devastazione del territorio e dell'ambiente.
L'ubriacatura energetica, cioè di una presunta infinita produzione di energia a bassissimo costo, ha generato delle città difficilmente riconvertibili (Reggio non fa eccezione), ma non dobbiamo pensarlo impossibile.
Tutto si gioca nelle nostre prossime scelte e sulla base di questa nostra forte assunzione di responsabilità.
Con la stazione mediopadana Reggio Emilia diventerà un punto di riferimento importante, in riferimento alle relazioni umane, industriali e commerciali, per quel grande e prolifico areale geografico costituito dalle provincie di Parma, Modena, Mantova, oltre chiaramente a Reggio stessa.
Una dimensione nuova che, nel generare notevoli aspettative nella città, può anche generare notevoli disfunzioni e forzature deleterie.

UNA NUOVA MOBILITA' URBANA E EXTRAURBANA
Dalle premesse risulta evidente l'importanza di una nuova strutturazione del trasporto pubblico, sia urbano che extraurbano, anche per il fatto che sempre meno persone potranno usufruire del trasporto privato.
Se ne deduce che impostare un sistema di trasporto pubblico solo in funzione della nuova stazione, sia una negazione delle reali esigenze attuali di tutta la città e una occasione persa per il futuro anche prossimo.
Meglio quindi ripensare ad una rete che riesca a soddisfare le esigenze della città ed al cui interno trovi organica soluzione il collegamento con la nuova stazione.
Per quanto riguarda il trasporto privato, la nuova stazione si trova già egregiamente collegata a vari livelli.
Per il livello urbano e per il livello extraurbano locale, la tangenziale e via Morandi assolvono in pieno il compito, mentre per il livello a scala vasta (le altre provincie) l'autostrada, attraverso il disegno impostato da Calatrava (cioè il nuovo casello, i ponti verso Bagnolo e via Filangeri), è già direttamente collegata.
Vi è certamente la necessità di localizzare, alla fine di via Filangeri ed a ridosso di via Gramsci, un adeguato parcheggio, eventualmente pluripiano oltre che a terra, e da un semplice ponte sulla via Gramsci si potrà raggiungere la nuova stazione.

UNA NUOVA PROGETTAZIONE URBANISTICA ED ARCHITETTONICA E UNA NUOVA SOCIETA'
La via Gramsci può diventare l'asse ordinatore urbano che lega il centro storico a questo nuovo importante punto urbano; una sorta di nuovo viale Umberto I° il quale collegava il centro con la villa ducale di Rivalta, ma preferirei definirlo il nuovo Cardo Massimo, per le relazioni che ha a più vasta scala.
Spazio pubblico fondamentale che, unito ad una previsione di riqualificazione dell'edificato su tutto l'asse viario, dalla circonvallazione alla stazione mediopadana, potrebbe degnamente rappresentare la porta di città.
Riqualificazione che dovrebbe avere come priorità l'impedire l'ulteriore consumo di territorio agricolo vergine, presente soprattutto a est, sviluppando e favorendo la ristrutturazione dell'esistente anche attraverso interventi di sostituzione dell'esistente, privilegiando progetti partecipati, sperimentando nuove forme insediative, di mutua assistenza e convivenza; la previsione di piste ciclabili, la rinaturazione del canale anche con la rimozione degli abbondanti tombamenti.

Vi è poi la grande area compresa fra l'autostrada, il vecchio casello e via Lincoln, un'area non risolta, in parte degradata ed in parte occupata, in malo modo, da interventi puntuali che poco o nulla dicono di quell'area.
E' un'area strategica per insediamenti che abbiano una qualità notevole, sia per l'affaccio sull'autostrada che per i servizi ed i complementi della stazione mediopadana.
Come già accennato, tutto il quadrante a sud del tracciato autostrada-alta velocità è stato saturato con piani particolareggiati, di iniziativa privata, non ancora attivati (da via Gramsci a via Trattati di Roma); essendo quest'area nella prima fascia di servizio della stazione mediopadana si auspica un incontro con i soggetti proponenti per valutare gli usi insediabili anche in funzione delle necessità della città e della nuova stazione.
L'eccesso di residenza, oltre alla scarsa attenzione alle tematiche ambientali di gran parte dei progetti di piano presentati, fa pensare a progetti datati e che non tengono in considerazione le nuove valenze di questa parte di città.
Limitare l'uso residenziale significa incentivare la ristrutturazione e, comunque, fermare la crescita demografica; due aspetti che formano la qualità di una nuova urbanistica, in questo contesto urbano già saturo.

C'è poi un argomento troppo serio ed importante per essere lasciato al mitico “mercato”. Cosa si consentirà di fare intorno? Quali iniziative immobiliari di carattere speculativo saranno autorizzate? Non è questione secondaria dato che tutto ciò che sarà messo in campo toglierà forza al vero centro della città: il già debolissimo sistema del centro storico.
Vi è un tema legato alla creazione di aree verdi, sia di arredo che di utilità, vi è un tema legato alle filiere corte, ma soprattutto vi è il tema generale della riqualificazione sia energetica che estetica dell'ampio patrimonio esistente.

Cogliere l'occasione della stazione mediopadana può portare a due scenari ben distinti:
  1. una città fatta di quinte cinematografiche, tanto spettacolari quanto effimere, che nascondono la triste realtà generata da questi ultimi due decenni;
  2. una città che funziona, che si rigenera e che progetta il suo futuro, non edilizio, ma sociale.
A noi la scelta.

    Acqua bene comune 1

    Lunedì scorso, al cinema EDEN di Puianello, si è dato il via alla campagna referendaria contro la privatizzazione dell'acqua.
    Sarà una lunga campagna, ma soprattutto difficile, dato che sarà sabotata a tutti i livelli, ragione per cui ne parleremo ancora.
    Ancora non si sa quando si andrà a votare e a quanto pare non sarà unito alle elezioni amministrative, quindi sarà una data probabile quella del 12 giugno.
    Non è questione secondaria, questa della data, per almeno due motivi.
    Se si confermerà la data del 12 giugno, in quei pochi spazi che saranno dedicati all'argomento, sentiremo spesso l'invito all'andare al mare da parte di tutti coloro che hanno un interesse (prettamente economico) a impedire che si raggiunga il quorum.
    L'altra fastidiosa conseguenza sarà il fare, inutilmente, spendere allo Stato, cioè a tutti noi, qualcosa come 350/400 milioni di euro, sempre per favorire coloro che hanno interesse (squisitamente economico) ad affossare questo referendum. Se pensate ad uno Stato, come il nostro, con i nostri livelli di cassa integrazione, con i tagli che sono stati fatti alla scuola pubblica, alla cultura, alla sanità ed allo stato sociale in genere, l'inutile spreco di 400 milioni di euro è uno schiaffo a tutta la società.

    Ma veniamo alla serata, organizzata dal comitato promotore dei quesiti referendari.
    La buona partecipazione di pubblico fa ben sperare sia sulla riuscita della serata che, in genere, della campagna referendaria.
    Si inizia con la proiezione di un documentario sull'esperienza della privatizzazione dell'acqua in Francia, ma che riporta anche le esperienze di vari altri paesi.
    In Francia la privatizzazione dell'acqua ha iniziato il suo cammino già venti anni fa ad opera di due società, Suez e Veolia, e delle tante loro diramazioni o società derivate.
    I risultati principali sono stati, secondo quanto dimostrato dalle vicende narrate nel documentario:
    • un aumento della tariffa dell'acqua, anche attraverso bilanci truffaldini;
    • una diminuzione della manutenzione della rete ed un aumento delle dispersioni;
    • una riduzione delle qualità organoletiche dell'acqua potabile ed un incremento della quantità di cloro;
    • un aumento esagerato dei profitti delle società;
    • un aumento della corruzione ed un inquinamento del sistema del controllo sociale sulle attività di queste società;
    • un fortissimo calo del controllo ambientale delle zone dove avvengono i prelievi e gli emungimenti.
    Era interessante vedere il sistema di controllo dei media attuato da queste società, che si è spinto fino ad occupare, con cospicui finanziamenti, anche le università ed i centri di ricerca. Così come il vedere le infiltrazioni nelle istituzioni degli uomini di queste società, con operazioni anche spericolate di lobby dove non si riconosceva più il controllore ed il controllato, tutti pagati dallo stesso portafoglio pubblico.
    Devo dire che era veramente rivoltante vedere tutte queste persone speculare su un bene primario quale è l'acqua potabile.
    Ma è ancora più rivoltante vedere amministrazioni pubbliche, incapaci, svendere quanto costruito, con il contributo di tutti i cittadini, per ripianare i debiti creati dalla loro incapacità gestionale.
    Perchè, di fatto, questo è una privatizzazione di un bene primario come l'acqua potabile, l'abdicazione dell'amministrazione pubblica e la svendita ai privati; cioè questi incapaci amministratori ribaltano due volte la loro incapacità sulle spalle dei cittadini, ed in più, come si dimostrava nel documentario, si prendono pure le tangenti dalle grandi società.
    Non credo che in Italia ci sia bisogno anche di questo.
    Per questo ai referendum voterò due volte “si”.
    Credo che, invece che svendere ai privati, sia molto più produttivo mandare a casa questi incapaci (quando non corrotti) e costruire una classe amministrativa e dirigenziale più sana di principi e di senso civico.
    La legge Ronchi va combattuta perchè non si può privatizzare ciò che da sempre (e ne sono un esempio i Romani con i loro grandi acquedotti, che portavano l'acqua potabile e pubblica nelle città) rappresenta la civiltà e la comunità costituita in una città, un bene primario, di vitale importanza ed a cui devono potere avere accesso tutti gli strati sociali, fino ai più marginali.

    Ma al di là di questioni storiche e/o etiche mi viene a mente che, nel nostro piccolo, a Reggio Emilia, già adesso non siamo messi tanto bene.
    Mi viene in mente che IREN è quotata in borsa, quindi è già privata.
    Agisce in regime di monopolio assoluto dove può alzare le tariffe a suo piacimento, i suoi manager sono pagati tantissimo (addirittura più di Obama, il quale, mi pare, ha ben altri livelli di responsabilità) grazie alle nostre bollette, ma hanno lo scopo di aumentare i dividendi dei soci, non di ridurre i costi.
    Una società privata, ma costituita su quanto costruito con le tasse e le bollette di tutti noi, che si spaccia per eccellenza della città, che come competenza distintiva già decide, al posto dell'amministrazione pubblica, su grandi temi quali l'energia, oppure sviluppa un centro ricerche all'interno del nuovo polo tecnologico per dimostrare quanto sia vero ciò che dice.
    In sedicesimo, o in trentaduesimo, mi sono rivisto il documentario francese in salsa reggiana.
    Come sempre, noi reggiani, vogliamo aspirare a fare i primi della classe e sperimentiamo, prima di altri, le meraviglie di una legge malata.
    Non so e non credo esistano quelle sacche di corruzione, a Reggio Emilia, che il documentario francese descriveva in altre realtà, ma la linea tracciata e l'esperienza italiana in materia non mi consente di dormire sonni tranquilli.

    lunedì 10 gennaio 2011

    Diario di bordo dall'Area Nord - pag.1

    (Km 129, coordinate stellari 44°41'51,97”N – 10°37'47,57”E del pianeta Terra)

    Che il tema della definizione progettuale dell'area a nord di Reggio Emilia sia complicato e complesso, l'Amministrazione Comunale lo sa e lo dimostra mettendo in campo tutte le energie spendibili su questo argomento.
    Un apposito ufficio di piano ben organizzato, incontri con intellettuali di fama, valutazioni richieste a vari urbanisti anche famosi, gli “Stati Generali” con l'esposizione di alcune visioni e la chiamata alla partecipazione delle varie rappresentanze della città, la formazione dei gruppi di lavoro definiti delle “competenze distintive” e, per ultimo, la formazione del gruppo di progetto composto da vari professionisti della città, sia in rappresentanza di varie istituzioni che espressi dall'Amministrazione stessa (il sottoscritto è stato chiamato a dare il proprio contributo e, sempre per non prendermi troppo sul serio, questa mi pare la nota stonata!).

    Il Gruppo di Progetto, per ora, ha affrontato un percorso conoscitivo, propedeutico alle successive elaborazioni.
    Oltre all'abbondante materiale messo a disposizione, tutto reperibile sia sul sito dell'Amministrazione Comunale che al sito Km129.it, si è affrontato il tema degli strumenti urbanistici fin'ora prodotti, ed aventi importanti ricadute sull'area nord, con relazioni dei dirigenti per approfondirne la conoscenza.
    In particolare si è approfondito: il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, il Piano Strutturale Comunale ed il Regolamento Urbanistico Edilizio, il Piano Urbano della Mobilità.

    Per ora ho capito che tutta l'urbanistica reggiana subisce il fascino di una “vision veltroniana”.
    Bisogna fermare il consumo di territorio … ma anche consentire che la città trovi nuovi spazi e nuove identità;
    bisogna trasformare la città esistente … ma anche consentire nuovi ampliamenti che disegnino la città del futuro;
    bisogna ristrutturare e restaurare il centro storico … ma anche consentire nuovi insediamenti residenziali;
    bisogna aumentare la dotazione di edilizia residenziale pubblica per fare fronte alle nuove esigenze … ma anche favorire il settore edilizio privato che sta vivendo un grave periodo di crisi;
    bisogna riqualificare il tessuto produttivo e commerciale del centro storico … ma anche trovare nuovi temi e nuovi spazi per la grande distribuzione;
    bisogna favorire, ristrutturandolo, il trasporto pubblico … ma anche il trasporto privato (auto) deve potere avere uno sviluppo;
    bisogna favorire l'integrazione fra i vari modelli di mobilità … ma anche favorire una maggiore fluidità del traffico privato;
    bisogna tutelare il paesaggio, la storia, l'identità dei luoghi … ma anche pensare ai collegamenti a scala vasta e vastissima (tipo TiBre, Tirreno-Brennero, con il prolungamento della Brennero fino a Lucca);
    bisogna salvaguardare il territorio dell'agricoltura, potenziare la rete ecologica e la biodiversità … ma anche aumentare di quasi 1.500 ettari l'estensione della città;
    bisogna che il centro storico ridiventi il punto centrale della città … ma anche creare una nuova centralità che giustifichi e dia senso alla stazione mediopadana.

    Verrà il tempo delle scelte perchè le risorse per fare tutto (anche se dilazionato in 15 anni) non ci sono; ma soprattutto perchè nella disperata ricerca di tenere insieme tutto non si costruisce una città, ma una serie di eventi che porteranno conflittualità fra le varie parti.
    Credo sia fondamentale adottare uno sguardo olistico verso la città nel suo complesso per comprendere bene cosa sia una sua parte.
    Credo anche sia necessario partire dallo stato di fatto e non dalle “vision”, cioè cosa abbiamo adesso e cosa possiamo fare per consentirci di viverci il meglio possibile, limitando al massimo i danni ambientali che provochiamo con la nostra attività quotidiana.

    Leggendo fra le righe della relazione degli Stati Generali sull'Area Nord emerge con forza una domanda: “cosa possiamo e dobbiamo fare perchè la stazione mediopadana funzioni e non sia una cattedrale nel deserto?”.
    E' la migliore domanda che ci si possa fare per sbagliare completamente l'approccio al tema.
    Una conferma di questo errato approccio è dato, a mio avviso, dall'individuazione delle tre “competenze distintive” (Reggio Children, Meccatronica e Iren) e del lavoro, da loro svolto, come propedeutico al lavoro progettuale sull'area nord.
    In una città dove tutti gli elementi e tutte le parti funzionano bene (visione olistica della città) si possono sviluppare tante “competenze distintive” (come è successo nella Reggio Emilia da 120.000 abitanti), ma queste “competenze” non possono dire come può essere una città, o una sua parte, se non a rischio di “conflitti di interesse” o di monotematismi che ingabbiano, più che sviluppare, le intelligenze e le creatività.
    Inoltre ha il sapore amaro di una delega ad altri di ciò che dovrebbe essere prerogativa di un'amministrazione pubblica; mentre credo che la città abbia bisogno di una nuova individuazione, autorevole e chiaramente definita del suo essere “pubblico”, cioè “comune”, cioè di cittadini, e non solo consumatori, automobilisti, motociclisti, ciclisti, pedoni, sportivi, fruitori di luoghi di svago, utenti di servizi più o meno pubblici ...

    lunedì 20 dicembre 2010

    PSC: OMBELICO DEL MONDO MEDIOPADANO

    Ci avviciniamo all'approvazione del PSC, le controdeduzioni alle osservazioni dei cittadini sono pronte per essere consegnate al Consiglio Comunale.
    Quindi “habemus papam”!
    Avremo altri 12.500 alloggi, più altri 300 dalle osservazioni accolte, che sommati al pregresso e ad altre frattaglie si può arrotondare in 14.000; vale a dire dai 20.000 ai 40.000 abitanti in più. Spalmati in 15 anni.
    A questo bisogna aggiungere le aree produttive, terziarie e commerciali, ma per ora teniamole da parte.
    Bisogna anche aggiungere tutta l'infrastrutturazione viaria, sia legata alle nuove aree che ai collegamenti che chiamano di “area vasta”; spicca la via Emilia bis sia verso Parma che verso Modena, più qualche bretellina “fluidificante”, solo per rimanere nell'ambito comunale.
    In 15 anni raggiungeremo e supereremo la “citta da 200.000 abitanti”.
    Rispetto ai precedenti piani regolatori, la scelta dell'attuale Amministrazione Comunale è stata veramente drastica; secondo il modo di pensare e pianificare degli attuali amministratori si è effettivamente “contenuta l'espansione della città”; di questo bisogna darne atto.
    Ma è proprio necessario che una città si espanda sempre?
    Il territorio è una risorsa finita, cioè con dei limiti e degli equilibri, come può contenere una cosa infinita come si è concepita l'espansione della città?
    Provo ad affrontare l'argomento da un'altra angolazione e provo a descriverne le coordinate.
    1. Il picco del petrolio: ormai è assodato che abbiamo già superato questo punto, cioè la quantità estratta è minore della quantità consumata, andiamo verso l'esaurimento, passando attraverso una rapida crescita del prezzo. Il problema coinvolge tutti gli aspetti della nostra vita: la mobilità, l'approvvigionamento energetico, l'agricoltura industrializzata, tanti oggetti di uso comune, le medicine stesse, sono tutte o in parte di derivazione del petrolio.
    2. Il cambiamento climatico, che nonostante la conferenza di Cancun, non sembra rallentare il suo ciclo e si avvia verso una media di 2 gradi di riscaldamento. Per chi minimizza faccio presente che significa circa un settimo della popolazione mondiale che dovrà migrare dai suoi luoghi, per desertificazione e/o innalzamento delle acque.
    3. L'area padana, ed in particolare l'area emiliana, è una delle parti più inquinate del pianeta.
    4. L'impronta ecologica di un italiano medio è di 4,2, cioè ogni italiano dovrebbe avere a disposizione 4,2 ettari di terreno per rigenerare l'ambiente dai danni che il suo stile di vita provoca e per avere di che vivere come cibo, acqua e aria sana. L'impronta media mondiale è di 1,78.
    So benissimo che non sono parametri utili per una pianificazione conforme alla legislazione vigente, ma l'attuale legislazione, così come è stata fatta, si dovrebbe cambiare.
    Un titolo di un capitolo della relazione del PSC dice: La città non si amplia si trasforma.
    Se non fossero solo parole sarebbe lo slogan giusto per la corretta pianificazione.
    Penso sia da prendere in seria considerazione una pianificazione che lavori per sottrazione e non più per addizione, per aggiungere qualità e non più quantità all'esistente, trasformandolo, rendendolo meno energivoro e più vivibile, demolendo anche alcune eccessive brutture, anzi favorendo la demolizione e ricostruzione di tutto quel patrimonio edilizio scadente costruito in questi ultimi decenni; inoltre introducendo il concetto di “risarcimento ambientale” per ogni intervento.
    Tutto quello di cui ha bisogno realmente la città è già presente, è sufficiente utilizzarlo meglio.
    Lavorare per sottrazione significa rendere più appetibile la ristrutturazione dell'esistente, favorendo tutte quelle maggiori professionalità che la ristrutturazione richiede.
    Smettere di pensare che incrementare l'uso di terreno vergine sia un'opportunità di lavoro; in una città evoluta come la nostra significa puntare sul lavoro meno qualificato, quello maggiormente sfruttato, oltre che maggiormente infiltrato dal malaffare.
    Lavorare per sottrazione significa prendere consapevolezza che l'equilibrio fra la città ed il suo territorio è già saltato, ma se si vuole sopravvivere bisogna recuperarlo.
    Per esempio: il territorio comunale reggiano ha un'estensione di circa 23.500 ettari, gli abitanti attuali sono circa 170.000, con l'impronta ecologica media italiana la nostra città avrebbe bisogno di 714.000 ettari di terreno, con l'impronta ecologica media mondiale ne avrebbe bisogno di 302.600. Uno squilibrio impensabile che porta a conseguenze di dipendenza che comporteranno sempre un caro prezzo, sarà difficile sopravvivere con le filiere corte, non caleranno i trasporti e, di conseguenza, nemmeno l'inquinamento.
    Lavorare per sottrazione significa anche puntare tutto sul trasporto pubblico, rendendo sempre meno facile l'uso del trasporto privato (anche se la situazione attuale di ATC sembra stimolare l'esatto opposto, ma forse conviene cambiare l'ATC); invece che nuove strade puntare decisamente sul trasporto su rotaia costruendo le cosiddette “metropolitane di superficie” sia locali che infraregionali.
    Lavorare per sottrazione significa anche riqualificare tutto l'edificato esistente per arrivare a consumare un decimo di quello che consuma attualmente, per riscaldare e per raffrescare; in questo un ruolo importante potrebbe averlo IREN se, invece che perdersi nelle speculazioni sul fotovoltaico o sugli impianti a biomassa, con quei capitali si proponesse come ESCO (energy service company) a servizio della cittadinanza e degli edifici pubblici, ma purtroppo è palese un conflitto di interessi anche in questo settore.
    Questo percorso porterebbe molto lavoro a personale qualificato, molto risparmio ai cittadini e una notevole riduzione dell'inquinamento.
    Una città che cresce non è solo un problema per l'ambiente, lo è anche per la qualità della vita dei singoli cittadini, al di là delle classifiche più o meno gratificanti che ogni tanto vengono pubblicate.
    L'aumento degli abitanti porta necessariamente all'aumento dei servizi, la scarsità delle risorse economiche delle amministrazioni porta all'aumento dei costi, l'aumento dei costi porta all'aumento delle esclusioni, con l'aumento delle marginalità sociali.

    Vorrei fare anche qualche considerazione di carattere generale sul tema del commercio.
    Una città solidale cerca di esserlo innanzitutto con se stessa e con il suo territorio. Cerca di favorire le filiere corte, agevola i mercati dei contadini locali, cerca di sviluppare la piccola distribuzione nei quartieri e nelle frazioni. Recentemente ho sentito dire che la nostra città ha una dotazione di centri commerciali inferiore ad altre città e che gli acquisti si vanno a fare nelle altre città, in una logica di una rete regionale non mi pare un problema, almeno per i cittadini, forse lo è per la grande distribuzione, ma un'amministrazione comunale si occupa di cittadini non di consumatori.
    Anche questo è progettare una città per sottrazione e per maggiore qualità.

    Sviluppo sostenibile” è un ossimoro, la sostenibilità del nostro ambiente ce la siamo già giocata, dobbiamo lavorare per recuperarla. Lo sviluppo così come l'abbiamo conosciuto è diventato lo sviluppo di una metastasi e non può essere certo sostenibile.
    Credo si debba andare verso una disintossicazione dalla nostra dipendenza dal petrolio, prima cominceremo e meglio sarà per tutti; speriamo che fra 15 anni, cioè con il prossimo PSC, si abbia più consapevolezza del rischio che corriamo, ma che, soprattutto, facciamo correre a chi erediterà le nostre incapacità.

    domenica 28 novembre 2010

    Luceria città mercantile, cancellata dal mercato consumistico.

    Attraverso due tragici avvenimenti recenti, l'alluvione di vaste zone in Veneto e il crollo del muro della Palestra dei Gladiatori a Pompei, abbiamo avuto modo di considerare due aspetti diversi dell'incuria.
    Non diciamo niente di nuovo dicendo che le responsabilità di ciò che è successo in Veneto, ma che potrebbe benissimo capitare in qualsiasi area padana e non solo, sta nell'inconsapevole (?) ignoranza delle conseguenze dei gesti di ognuno di noi.
    Vogliamo addossare la responsabilità agli amministratori del territorio? Certamente ne hanno moltissime, innanzitutto il non avere rispettato l'art.9 della Costituzione, che recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico della Nazione.”. Poi l'aver usato la pianificazione urbanistica in maniera partitica e clientelare, cercando di rimuovere tutte quelle “limitazioni” all'uso “produttivo” del territorio che la natura, ma anche il saggio e lento lavorio per l'adattamento dei secoli precedenti, aveva posto in essere. Poi l'arrogante ignoranza di “teorizzare” uno “sviluppo” infinito in un luogo finito, sia geograficamente che in termini di risorse.
    Ma sono senza responsabilità tutti quei cittadini che, per un qualsiasi interesse personale, hanno cercato in tutti i modi di fare rimuovere, da parte di politici ed amministratori compiacenti, quegli intralci urbanistici allo sfruttamento economico delle loro proprietà?
    Certamente è tutto legale e non si può parlare di quell'abusivismo edilizio che impera in altre aree italiane, ma la sottile differenza non rende tutto ciò migliore e le conseguenze sono tragicamente uguali.
    Veniamo a ciò che è capitato a Pompei. Per le questioni specifiche vi rimando alle cronache. Mi interessa fare notare la gravità della situazione in cui versa il principale sito archeologico mondiale, un'indifferenza che attraversa tutti, non solo gli amministratori ed i politici.
    Il nostro paese è il più ricco di arte e cultura di tutto il mondo occidentale, le vestigia del nostro passato, di cui è ricco ogni angolo d'Italia, sono importantissime per tutta la cultura occidentale.
    Ma, nonostante l'art.9 della Costituzione, siamo tutti molto più preoccupati dei problemi dello “switch off”.
    Provate a visitare un qualsiasi sito archeologico in Italia, se non fosse per la passione di alcuni sarebbe facile confonderlo con una discarica.
    Nonostante tutto ho sentito fortissime urla di indignazione, da parte di politici di avverso schieramento, nei confronti dell'attuale ministro Bondi.
    Certamente è giusto indignarsi, è giusto che le persone che hanno a cuore la nostra storia, le nostre radici (altra pessima usurpazione di alcuni politicanti ignoranti, i cui occhi non riescono a vedere oltre una “padania” mai esistita come realtà socio-politica). Ma ognuno di noi cosa fa? Come si relaziona con questi aspetti?
    Una amara risposta arriva da Canossa, arriva con un allarme lanciato da Legambiente.
    L'area archeologica, anzi ciò che ne rimane, del sito dell'antica città di Luceria sarà occupato da una lottizzazione; meglio costruire anonime casupole in faccia a vista (che fa tanto reggiano e cooperativo) piuttosto che avere un sito archeologico che mostri una delle più importanti città emiliane precedenti la via Emilia.
    Amministrazione di centro-sinistra, cittadini certamente democratici, tutte le carte in regola, c'è la crisi e l'edilizia deve andare avanti, sarà un insediamento sostenibile, abbiamo risposto a dei diritti acquisiti dai proprietari dei terreni, ecc...
    Non mi dilungo oltre, ma vi lascio l'appello di Legambiente su cui meditare.
    Sito archeologico di Luceria in pericolo.
    A Canossa (Reggio Emilia) sta succedendo qualcosa di incredibile.
    Un'area è contemporaneamente edificabile e a tutela archeologica!
    Lunedì si discuterà l'adozione dei due piani particolareggiati interessati dalla tutela.
    Nella foto in giallo i piani particolareggiati, in rosso l'area di tutela archeologica.
    5 anni fa la Soprintendenza dei Beni Archeologici ha posto una tutela su Luceria, antica città di origine ligure, diventata poi avamposto romano per la conquista dell'appennino.
    Nella carta geografica di Tolomeo viene inserita tra le città romane (in provincia di Reggio E. ce ne sono solo altre 3).
    Riscoperta dai Borboni nel Settecento è diventata un importante sito di scavi archeologici.
    Nel secondo dopoguerra è caduta nel dimenticatoio, tanto che il pianoro su cui sorgeva è caduto nelle brame dei costruttori.
    Vista castelli matildici. Pensate che la strada romana riportata in parte alla luce pare infilarsi proprio sotto a un quartiere di recente costruzione.
    Nel 2005 la tutela, ma il Comune mantiene comunque edificabili circa 4000 mq di area tutelata.
    Lunedì in consiglio comunale si voterà l'adozione di una variante al piano regolatore canusino che vedrà non il recepimento del vincolo, ma la fusione di 3 P.P. in uno solo (oltre 22000mq) e la trasformazione dell'area da parcheggio pubblico in area edificabile (circa 1000mq), in colore azzurro.